Adolescenti, questi sconosciuti
Certo, ci siamo passati tutti, ma non è mica facile averci a che fare quando tu non lo sei più da almeno quarant’anni. Questo esercito armato di ormoni, mi attende per una serie di incontri presso un istituto superiore. Gli incontri verteranno su un argomento a me tanto caro… a loro un po’ meno: leggere per il piacere di farlo, che sarebbe un po’ come parlare di alta moda con una squadra di rugby, ergo: interesse pari a zero. Bisogna provare a far conoscere qualcosa di diverso a questi giovani cervelli immersi in una terra di mezzo tra infanzia ed età adulta.
Gli insegnanti sono giovani, hanno promosso questo progetto e oscillano tra entusiasmo e timore, tra “sarà bellissimo” e “sarà tutto inutile”.
L’istituto è uno di quelli che in gergo si definisce “di frontiera”, in un quartiere difficile dove la scuola diventa un interregno sospeso sopra la malavita, sì perché alcuni di quei ragazzi vivono situazioni familiari difficili e sono loro stessi con un piede nell’illegalità.
Su buona parte di queste giovani anime, dall’apparenza strafottente, fluttua un’aurea nera che non promette niente di buono, un futuro segnato acquattato dietro l’angolo in paziente attesa dell’uscita di quei ragazzi dalle quattro mura protette della scuola.
In ogni istituto superiore, a prescindere da quartiere e città, sono presenti ragazzi in situazioni complicate ma qui sono un po’ di più.
Qui quell’ombra nera è più corposa, quasi tangibile
Entro in biblioteca, una piccola saletta che allievi e insegnanti hanno ridipinto, dove hanno spolverato e ordinato volumi dimenticati, catalogandoli e affiancandoli ad altri che il personale della scuola ha donato, io stessa ho portato il mio ultimo romanzo per lasciarlo in questo piccolo mondo. Mi siedo, entra la prima classe, i ragazzi sono timidi, altri sorridenti, altri ancora strafottenti, li osservo mentre prendono posto.
Gli insegnanti sono i più preoccupati, temono che i più “difficili” inizino a disturbare comportandosi male e facendo fare una pessima figura davanti a questa sconosciuta che sta per parlar loro di una cosa che probabilmente non faranno mai: leggere fuori dall’ambito scolastico.
Dopo un po’ ecco che accade qualcosa di inaspettato: il bulletto in fondo all’aula, quello “stravaccato” sulla sedia, nascosto dietro occhiali a specchio, cappuccio da “assassin’s creed” e un cellulare che non sta davvero guardando, mentre “rumina” ininterrottamente la sua gomma da masticare, diventa trasparente e non catalizza più l’attenzione dei compagni perché, udite udite, quelli mi stanno ascoltando, stanno interagendo, chi più chi meno, facendo qualche domanda, esprimendo un’opinione.
Il tempo passa mentre racconto cosa significhi saper comunicare e quanto sia importante leggere per imparare a farlo, per farsi riconoscere, per raccontarsi, per farsi valere. L’esercito di ormoni mi ascolta mentre dico loro che sapersi esprimere sarà una legittima difesa, lo faccio usando esempi concreti, scherzando con loro e facendo interventi più seri.
L’atmosfera si distende, i professori tirano un sospiro di sollievo. Il bulletto in tuta e occhiali a specchio è stato oscurato dalla forza della comunicazione.
L’incontro arriva al temine, ce ne saranno altri, con altri allievi. Sono qui per lanciare semini di curiosità, alcuni di questi li vedo poggiarsi nello sguardo di alcuni ragazzi, forse germoglieranno, forse no, ma dovesse viverne solo uno ogni dieci sarà comunque un successo.
Del resto, non è forse risaputo che nel deserto nascono fiori bellissimi?
Testo e foto di Barbara Giuliano

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